martedì 31 gennaio 2012

Benvenuti Mostri, Benvenuti da Malaspina


Eccolo che rapina la disonestà sputando in faccia al qualunquismo, eccolo che fa l'occhiolino al Finardi amico fidato. Eccolo che squarcia le teste a colpi di poesia drogata da questa società che appanna occhi al popolino per riempirgli le mani di vuoto e chimere. Eccolo il Malaspina traghettatore dell'ultimo sogno di Fabrizio De Andrè, che rutta in faccia a politici pagliacci, a quegli ossibuchi che tirano coca con preservativi bucati dal Vaticano. Eccolo il megafono che non piace, che viene censurato dalle radio e dalla rete, il poeta maledetto che scaraventa in faccia la realtà nuda e cruda. Accomodatevi al suo tavolo, troverete vino ubriaco di disperazione e pane sazio di menzogne. Accomodatevi al suo tavolo e mangiatene tutti, perché per sapere cos'è il letame dovete prima metterci le mani, assaporarlo e poi farvene un'idea. Niente calici a cristalli liquidi, niente cravatte di palazzo, niente sorrisi al silicone, niente grandi fratelli. Qui troverete ossibuchi e natura morta. Manipoli che da sempre vi trovate infilati dietro, qui li vedrete nella loro nudezza schietta, appesi con l'arte dell'artigiano delle parole e delle note che picchiano con la violenza di un terremoto. La realtà si può ignorarla, mettendosi occhiali da sole oppure cuffiette da distrazione di massa. La realtà si può lasciare da parte e vivere nel vuoto ideale, cerebrale. Però la realtà non risparmia nessuno, come la morte arriva e confisca sogni, asporta gli occhi a chi non vuol vedere e li regala a colui che vuole sapere, conoscere, capire. Perché è vero si che quando si ha toccato con mano il letame si ha la consapevolezza di cosa ci sta intorno, ma è anche vero che "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori." Quegli stessi fiori di Malacarne che Malaspina ci regala in questo disco.

Francesco Olivieri

sabato 5 febbraio 2011

L'anguana canta la passione




E’ la danza degli dèi nella grotta di Platone che smanetta con la filosofia. Il ritrovo delle anguane sulle montagne vicentine, che se la raccontano, mentre ridono dei folletti sparsi per il bosco. La Laquidara ha sfornato questo disco con la stessa passione con la quale i magistrati cercano di ingabbiare il nostro Premier. Quando canta ha l’acqua del mare nelle vene, il cielo stellato nell’ugola. La poesia si fonde come cioccolato sullo spartito. Il tutto in dialetto vicentino, terra che l’ha ospitata dopo essere nata ai piedi dell’Etna. Volete recuperare le vostre origini? Volete attraversare il guado delle differenze con la musica? Avete la necessità di capire perché voi un’anguana non l’avete mai vista? Semplice. Non l’avete ascoltata. Ora ne avete la possibilità. Ora potete andare a prelevare pioggia alle nuvole digitando il codice della vostra coscienza, potete tranquillamente adagiarvi in un prato e mangiare caramelle da mattina a sera. L’anguana entra come un felino nel corpo, vi ammalia, vi seduce e abbandona. Bella e sensuale, recupera dalla terra le radici di un dialetto forte, pigmentato di evoluzioni. Dentro ci trovate le battaglie degli austriaci, dei francesi e degli spagnoli. Un frullato di parole che hanno portato questa gente a parlare quello che oggi viene definitivo vicentino. Non è certo l’inno alla superiorità padana, Bossi berrebbe l’intero Po se così fosse. E’ invece un testamento di mitologico amore espresso attraverso le differenze e gli incroci che ci rendono diversi ma pur sempre simili. Questo disco, “Il canto dell’Anguana” appunto, vuole farvi assaporare gli incontri avvenuti nelle notti dei tempi, al cospetto dell’Olimpo. Se non capite, non importa. L’anguana riuscirà comunque a farsi comprendere attraverso le note, i baci sospesi, le carezze rarefatte. Sta a voi raccogliere l’invito, aprire il cuore e spalmarci del burro di salsedine e roccia.

giovedì 9 dicembre 2010

Non voglio che Clara...




Non voglio che Clara ascolti questo disco. Questo potrebbe essere il suo testamento. Ambrogio è uno che ne sa di vita, dopo aver passato anni e anni a frantumarsi le palle al fianco della sua padrona che viveva solo di praline al cioccolato, il bravo maggiordomo, prima l'ha uccisa annegandola nella Nutella e poi si è dedicato alla passione dei cani. Amante sfegatato della musica, ha sempre cercato di trasmettere questa passione ai suoi cocker da tiro, che fino a qualche giorno fa scorrazzavano allegramente nel suo giardino di villa Rocher. Da ieri non più. Ambrogio ha avuto la brutta idea di mettere a palla il nuovo disco dei Non voglio che Clara, intitolato appunto Dei cani, e i cocker hanno cercato ogni oggetto contundente utile per togliersi la vita. Va bene essere il migliore amico dell'uomo ma questo è troppo. Uno di questi ha cominciato a rimpiangere il giorno che era stato abbandonato sulla A4. Fatto sta che il cd della band veneta non ha avuto un gran successo all'interno del mondo canino. Ambrogio ora si ritrova con 6 cocker suicidatisi in massa, causa le note tristi dell'album della band. Ha fatto causa giustamente al cantante e compositore, che si è difeso dicendo che le canzoni se ascoltate al contrario sono delle ballate stile Gloria Gaynor negli anni '80. Il maggiordomo preso dalla disperazione ha caricato il fucile di Ferrero Rocher e si è sparato un colpo alla cacao meravigliao alla gola. Cioccolato e praline gli hanno trafitto la trachea e ora è in prognosi riservata. I medici sono scettici, non vogliono sbilanciarsi, ma da fonti ufficiali si apprende che l'Ambrogio non ce la farà. L'ultima frase detta dal mitico maggiordomo sembra proprio essere "Non voglio che Clara", alludendo al fatto che almeno sua sorella, Clara appunto, non si avvicini al cd della band veneta.

sabato 4 dicembre 2010

Il Watson per nulla elementare




Forse ha rubato due corde vocali a James Blunt e tre al cantante Chris Martin dei Coldplay. probabilmente un suo antico avo era il braccio destro "elementare" del mitico Holmes, Sherlock Holmes. Fatto sta, che questo giovin donzello, classe '79, nato nella calda California e poi trasferitosi nel gelido Quebec, è cresciuto a suon di salmone affumicato e uova al tegamino. E proprio i tegamini vengono utilizzati per creare suoni dal suo percussionista. Animale schivo, voce acuta ma flebile, quasi stesse per morire da un momento all'altro, il Watson canadese sforna dolci canzoni che è bene appendere ai fili dello stenditoio, per farle asciugare della loro pregna malinconia rivoluzionaria. Ebbene si, perchè il ragazzo suona come un guru tibetano, sferza colpi di arte musicale su ogni angolo dello spartito. Nulla è lasciato al caso. Wooden Arms è un album pacifista, intenso e romantico. Spara sulla vostra coscienza colpi di corteccia d'albero secolare, vi ferma nella vostra frenetica vita da esseri metrò, vi estrania dall'underground che vi porta al lavoro, e vi racconta di un tempo diverso, più umano, più naturale. Dovete pagare la bolletta? Avete il capo che vuole la pratica pronta entro e non oltre due ore? Fottetevene. IPod alla mano, cuffie inserite nelle vostre cavità sonore e lasciate che sia Watson a gestire il percorso della vostra giornata. Arriverete al capolinea, esattamente a 40 km di distanza da ogni pensiero che poco prima vi circondava la mente. Respirate il legno che emana questa musica, come un Harry Potter dei poveri, cercate di passare attraverso i muri, anche se poi vi provocherete un ematoma gigantesco, ritrovandovi sbattuti a terra. Non importa, correte verso l'uscita, verso l'aria, il sole, il cielo. Watson con il suo pianoforte e la sua voce da gnomo falegname, vi conduce verso un nuovo piano di visuale. Ora avete le armi necessarie per trasformare il vostro presente, assaltando il futuro a colpi di tegamini ricolmi di biscrome. Buona fortuna.

venerdì 26 novembre 2010

Zaebos, un viaggio negli inferi degli angeli




Qui gli angeli sono sbronzi, fanno sesso con il diavolo e la sua combriccola e non c'è verso che l'Onnipotente e i suoi seguaci riescano a mettere apposto il bordello creato da John Zorn e i suoi suonatori fidati, ovvero Medesky, Martin e Wood. Anche se per chi non pratica la musica contemporanea jazz, anche se qui il jazz conta quanto Franceschini nel Pd, questo trio di squinternati geniali composisuonatori potrebbe ricordare per il nome che ha, più la linea anti Vitton, il che sarebbe anche ora, perché hanno decisamente fracassato le palle queste LV sparpagliate su tutte le borse delle ganze donne che si sparano le pose plastiche agli aperitivi Buddhabareschi. Tornando al trio Medesky-Martin-Wood, se volete dimenticare per un momento la munnezza di Napoli, il Bunga bunga del nostro Premier, e lo sfacelo del nostro paese ormai alla frutta, inserite questo disco nel lettore cd, mettetevi le cuffie così la vostra vicina vecchia suocera non vi frantumerà le palle per il volume alto e fatevi trasportare dai suoni criptici yiddish composti per loro dalla mente malata del genio Zorn. Entrerete nel tunnel della perversione. Assaporerete il sangue dell'anticristo mangiando l'ostia sacra, scaverete nel vostro subconscio cercando quelle radici che vi legano a quei suoni che scivolano nei vostri timpani. Perché questa musica ha la matrice orientale, è sudata, fradicia di credenze e religioni che ci hanno passeggiato sopra. Zorn l'ha lavata, l'ha portata nel nostro mondo come una sacra sindone indemoniata e per questo fa parte della nostra storia, della nostra vita. L'hammond e il pianoforte di Medesky, il basso di Wood e la batteria di Martin si impossesseranno nel vostro corpo come angeli Zaebos, custodi della biblioteca dell'inferno.
Poi saranno cazzi vostri tornare alla realtà a musica finita con l'assordante televisione di vostra suocera che con la voce della Barbara D'urso vi sfonderà le pareti di casa.

martedì 23 novembre 2010

La giungla di Nneka




Antilopi e giaguari smettono di giocare a nascondino quando sentono la sua voce. Come una dea tribale, affonda la sua chioma di ricci ribelli nella terra africana e canta con la stessa potenza del vento nell'oceano. Nneka oltre ad essere di una bellezza devastante ha nel cuore la storia del continente di Fela Kuti e nelle vene le stelle a strisce del continente americano. Nata in Nigeria e poi sbattuta come una trottola ad Amburgo, la ricciola nera come una Mafalda incazzata ha cominciato a sviluppare ritmi hippoppiani mescolati al funky settantino. Concrete Jungle è un puzzle di 3000 pezzi che neanche la Ravenburger riuscirebbe a ricreare. In questo album c'è la polvere e il sudore di un continente spremuto dai padroni della terra, che da secoli sfruttano con l'ipocrisia sparata sui sorrisi Colgate il territorio come fosse loro. In questo disco trovate l'essenza e la dignità di un intero continente che alla faccia del nostro capitalismo sfrenato, riesce con l'umanità del ballo mescolato al dolore salvifico dei milioni di schiavi sottopagati dalle multinazionali, a farvi riflettere quanto sia idiota il nostro sistema sociale. Nneka come un'amazzone raccoglie il canto di quanti non hanno voce per urlare al mondo che l'Africa è il cuore pulsante del pianeta. Di certo non è l'abum che troverete sugli scaffali della sede principale della Lega Nord e sicuramente il Trota e suo padre preferisono alla giovane cantante Nneka un bel disco celtico della bassa padania, magari scritto a due mani e mezzo cervello da Borghezio e Gentilini. Ovviamente non è nemmeno l'album preferito da Maroni, troppo intento non solo a buttare fuori ogni forma estranea dal nostro paese, ma deciso a lottare contro la 'ndrangheta del Sud, anche perché quella del Nord è mafia padana, e Maroni sostiene che la mafia senza accento del Sud non può definirsi tale, capito mi hai? Nneka non conosce le nostre tristezze legaliste e continua, per nostra fortuna, a innalzare canti di rabbia pacifista.

sabato 20 novembre 2010

Finalmente la Banda Olifante




Come fanno ad entrare in una 500 una Banda di Olifanti? Semplice, i fiati davanti e le percussioni dietro. Questi ragazzi sono una Banda organizzata. Tranquilli, non sparano a nessuno ma vi sradicano i piedi da terra, vi frullano nel mix della loro musica balcanicapopolaritalicaromanticfunky. C'avete capito qualcosa? Provo a spiegarmi con parole semplici, onorando l'italiano come Luca Giurato quando non parla. Allora, la Banda Olifante è ciò che vorreste avere al vostro matrimonio o al funerale di vostra suocera. Sempre di festa si tratta no? A colpi di proboscide vi staneranno dal letto, ancora dormienti e in ritardo per la funzione, lanciandovi come pupazzi fabbricati in Cina sui sedili posteriori della mitica 500, quella vecchia, non quella dell'ad Fiat col golfino che oggi brinda al successo della nuova. Ancora traballanti, infiocchettati come una caramella Condorelli, arriverete dopo la sposa e prima del funerale. Indecisi sul da farsi la Banda organizzata Olifante comincerà a suonare una melodia funebre ma non troppo, a ritmo di sette ottavi. Gli ottoni tirano spallate alle percussioni, che a loro volta accidentalmente sbattono contro di voi , che a vostra volta come funamboli in equilibrio precario, col mutuo al collo, raggiungete la dama bianca e annoiata all'altare. Promettete la solenne fiducia nell'eternità di un amore senza fine domandandovi come mai stiate baciando il bassotubista e non la vostra futura moglie. Bene e anche questa è fatta, ora tutti alla trattoria da Gino con la Banda Olifante che lancia nell'aria ritmi tzigani e giostre di note appese a quell'elefante che vi aspetta fuori dalla chiesa, regalo di nozze di questi scalmanati musicisti.